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Il paese, che
molto probabilmente risale ad epoca assai remota, fu fondato su un pianoro
circondato da tre torrenti che ne costituivano la difesa naturale contro
gli assalti dei nemici. Ad est scorre il Canale Catella, proprio a poca
distanza dalla cinta muraria, che ancora si erge con le sue maestose
torri, ad ovest scorre il Canale
Botte e a Nord il torrente Canale della Grotta, nel quale i primi due
confluiscono chiudendo la magnifica difesa naturale con un notevole
dirupo.
A sud le mura di cinta e il terreno scosceso
chiudevano l’abitato come una sorta di castello. I resti delle mura, così
come li possiamo ammirare, sono indubbiamente dell’alto medioevo. Di
esse, però, abbiamo notizie antecedenti in vari scritti. Secondo una
leggenda, comune a quasi tutti i centri della Daunia, Orsara sarebbe stata
fondata da Diomede durante le sue guerre contro gli elementi indigeni.
Egli vi costruì il castello fortificato per tenervi i suoi depositi e
farvi soggiornare i compagni che avevano bisogno di curare le ferite
riportate in guerra. Secondo l’Avv. Cotugno durante la guerra punica, e
precisamente nel periodo in cui Annibale si accampò su monte Calvello, i
consoli romani T. Varrone e L.P. Emilio posero un presidio avanzato in
Orsara e per rafforzarne le difese costruirono le torri e la cinta
muraria. Probabilmente su vecchie fortificazioni fecero erigere delle
difese per avere a disposizione luoghi fortificati entro cui rifugiarsi in
caso di pericolo. Lo stesso T. Livio d’altronde afferma che”…
Fabius per loca alta agmen ducebat modico ab hoste intervallo, ut neque
omitteret eum neque congrederetur. Castris nisi quantum usus necessarii
cogerent, tenebatur miles…” prima che”…ex hirpinis in
Samnium Transisse (transit) …”. Pare logico quindi supporre che la
catena di fortificazioni servisse ad isolare il nemico ma anche per avere
un rifugio sicuro contro eventuali attacchi nemici. Entro le mura si
sviluppò una piccola comunità che accolse anche parte delle popolazioni
dei vicini Casali. D. Domenico Rosati, Vicario Capitolare di Troia, nello
scrivere gli” STATUTI o CAPITOLARI DEL CLERO DI ORSARA” scrisse nella
prefazione la storia del paese. Egli ritiene antichissima la chiesa di
Orsara, edificata al tempo delle guerre civili (VII sec. d.C.): “…Orsara
fu costretta a forma di castello, ristretta e murata, con bellissime
torri, cinta e ciò perché fu rifugio e scampo di soldati, un sicuro
asilo di piazza d’armi e fu costruito un grande ospedale dove si
portavano i soldati invalidi…”.
Una riprova che il paese fosse stato cinto da mura già
da tempi remoti si ha anche dalla denominazione di “Castrum Ursariae”.

Il Prof, Michele Cappiello nel suo libro “Appunti
per una Cronistoria di Orsara” curato e pubblicato postumo dalla Preside
Prof.ssa Ileana Cappiello, afferma che gli Orsaresi presero per loro
protettore S. Michele r gli dedicarono lo Speco, esistente extra moenia.
. Lo
stesso Lorenzo Giustiniani chiama il nostro paese Castello e fa risalire
la chiesa di Orsara ai primi tempi del Cristianesimo. Le torri sarebbero
poi state fortificate dai Longobardi per farne un baluardo contro i
Bizantini.Quando l’imperatore d’oriente Costante II distrusse Troia
nel 663 una parte dei suoi abitatisi rifugiò fra le mura di Orsara. La
cinta muraria aveva bellissime torri a base rettangolare e intorno vi
erano degli affossamenti che rendevano inaccessibile il paese. Il Del
Giudice, nel parlare dello scontro tra Greci e Normanni, avvenuto nel 1016
afferma che “…le mosse dei Longobardi (alleati dei Normanni),
fortificati in Orsara, furono per la così detta via denominata
Guardiola…”.
Un altro riferimento alla cinta fortificata lo si
ritrova nel 1100, quando fu edificata la Chiesa della Madonna della Neve
extra moenia vicino al canale Catella che lambiva quasi le torri. Anche
nel 1320, quando i casali di Ripalonga e Crepacore furono abbattuti e
incendiati, c’è un sicuro accenno alla fortificazione allorché ai suoi
abitanti fu ordinato di radunarsi fra le mura di Orsara (14 bis
Jannacchino). E’ nel 15462, però, che questo possente baluardo assolve
ad un impegno decisivo per l’Università di Orsara. Il 16 agosto dello
stesso anno “… le milizie aragonesi si erano dirette verso Orsara,
spostando tutto l’apparato bellico (comprensibile solo con una valida
fortificazione), nella speranza d’indurre il duca G. D’Angiò e il
Piccinino a battaglia campale con l’assedio della nostra città,
loro amica, e insieme per non lasciarsi nemici alle spalle, gli Orsaresi
vennero a patti a queste condizioni:…si sarebbero arresi,e quindi
avrebbero aperto le porte, se nel giro di quattro giorni non fossero
giunti i soccorsi da parte angioina”.
Il 5/10/1712 all’esterno di una delle porte
cittadine avvenne un terribile fatto di sangue:”Il prete Dionigio
Spadaio fu ucciso fuori porta S. Pietro con un colpo di pistola”.
Ma da quante porte si poteva accedere nel paese?
Le fonti storiche e quelle fotografiche ci dicono che
ne erano quattro.
Porta S. Pietro
Porta S. Giovanni (poi S. Domenico)
Porta di Greci (o porta Aecana?)
Porta Nuova
La
prima si apriva là dove comincia Corso della Vittoria , la seconda
(scomparsa all’inizio del secolo scorso) all’inizio di via S.Rocco
attaccata alla chiesa di S.Giovanni Battista, la terza , tuttora
esistente, alla confluenza di Via Serg. G. Volpe con via Trento e la
quarta ubicata in via Napoli,(l’attuale strada di collegamento tra via
C. Alberto e via Indipendenza, proprio laddove nel XVII secolo vi era
l’abitazione della famiglia Scalzi). A queste probabilmente bisogna
aggiungerne un’altra e che la tradizione ci ha conservato come
“Portella delle Monache”, che quasi certamente si apriva di fronte
alla chiesa della Madonna della Neve. Nel 1788 l’Amministrazione
Comunale paga le spese per “…la sterratura della Porta di S. Pietro
e relativo mondezzaio”.E’ il segno evidente di un notevole
abbandono e degrado della cinta muraria in alcuni punti. Poco più tardi,
nel 1793(1723?), una lapide, posta sull’architrave di un’abitazione di
Via Mentana ricorda ai cittadini”…In esecuzione dei reali Ordini
non permesso sia a persona alcuna di buttare l’immondizie vicino alle
case dell’abitato di Orsara se non in distanza di passi 5001(?) trenta
docati per cont. Ed altre A.D. 1793(1723?)”.
Era
un evidente segno dell’abbandono in cui versava il paese tutto ed in
particolare il prezioso patrimonio delle mura troppe volte sottoposto a
scempi e ridotto a ricettacolo d’immondizie. Nonostante tutto, però,
nel 1830, il 10 settembre, il Sindaco di Orsara afferma che dell’antico
nucleo militare del paese esistevano le mura e parte delle torri con
fossati che rendevano in passato il luogo inaccessibile alle invasioni
esterne. Il problema delle mura dovette trovare dei validi difensori se
nel 1862 l’Amministrazione Comunale decise d’intervenire per
restaurarle. L’incarico venne affidato al Perito Calabrese e i lavori
all’appaltatore Silvestro Marino per la somma di Lire 397,17.
Ormai
il paese aveva cominciato ad estendersi al di là del perimetro difensivo
e lo sviluppo caotico e dissennato finì col produrre danni irreparabili:
alcune torri furono inglobate nelle abitazioni. Leggendo l’art. 13 del
Capo Quinto del REGOLAMENTO EDILIZIO del 1873 possiamo farci un’idea
precisa della situazione del paese e del complesso delle mura in
particolare. E’ pregio del Regolamento, infatti, descrivere il PERIMETRO
del paese:”Il perimetro del Comune è determinato a Settentrione da
una cinta di mura che, partendo dall’antico Largo del Castello, si
estende e si congiunge fino alla facciata esterna e settentrionale del
Conservatorio. Di là è delimitato da una continuazione di casamenti che
guarda Ponente, siti nella collina che s’innalza al di sopra del
sottoposto Torrente, e che prende il nome di Grotta di S. Michele, e,
prolungando più in basso, di Granauro e, più in là a Mezzogiorno, di Fontana Vecchia ed indi, ascendendo la
collina sovrastante, di Borgo Tufara, e, più in sopra, della niviera e
verso oriente si estende nella strada S. Maria delle Nevi, nella
sovrapposta strada delle Fontanelle. La detta strada di
S. Maria delle Nevi,
deviando verso settentrione, si congiunge colle vecchie mura di cinta del
Largo Castello”.
Porta ECANA
Siamo,
si può dire, all’epilogo. Il paese stava estendendosi e delle mura non
si ha preoccupazione alcuna di preservarle. Da questo momento il paese non
avrà che un solo lato con le mura ancora visibili. In una foto degli
inizi del ?900 da S. Rocco si vedono ancora cinque torrioni e la cinta
muraria in buono stato di conservazione. Ultimamente, ed esattamente nel
1992, il PIANO DI RECUPERO DEL CENTRO STORICO dell’Ing. Mario Narducci
ha evidenziato, tra l’altro, anche il problema della cinta muraria. E’
pregio del lavoro aver ricostruito, tramite il Catasto Onciario del 1753,
fatto oggetto di un accurato studio da parte del prof. A. Anzivino, la
toponomastica antica e il perimetro delle mura cittadine e delle circa
venti torri che si ergevano a regolare distanza fra loro. Il prezioso
lavoro ha evidenziato che alcuni torrioni sono stati inglobati nelle
abitazioni e sono ancora
visibili tracce di mura antiche in Largo della Libertà, in via Buttazzi,
in via Madonna della Neve, in via Daniele Mafia e in via Manin.
Cosa
resta di tutto questo patrimonio?
Oltre alle torri e ad una piccola parte delle
mura visibili in via Castello, ci sono PORTA GRECI, nota anche col nome di
porta Ecana (forse perché immetteva su un ramo della via Herculea,
che attraverso il nostro paese, proseguiva per Aecae) e PORTA NUOVA, che
molto probabilmente fu l’ultima ad essere aperta, tra il XV e il XVI
secolo, con la costruzione del palazzo della famiglia Scalzi o forse verso
la fine del XIV secolo quando, costruita la nuova chiesa si rese
necessario aprire un varco nella cinta muraria per avere un accesso più
prossimo al complesso abbaziale, che era l’edificio religioso più
prestigioso e dove ancora celebravano messa i commendatari e che era al
centro di aspre lotte per il suo possesso. Prese il nome di Porta Nuova
così come, nel 1544, prese il nome di Fontana Nuova l’attuale fontana
istoriata in contrapposizione alla Fontana Vecchia. Porta Greci ha un
notevole basamento e conserva intatto il suo impianto alto medievale: sono
ancora visibili i fori degli alloggiamenti dei cardini delle massicce
porte. Porta Nuova lascia intuire un momento costruttivo successivo e il
rafforzamento dei lati mediante muri di contrafforte a mo’ di sperone.
Sono le uniche, se si eccettua Porta San Giovanni, della quale rimane il
ricordo in un documento fotografico degli inizi del ‘900, che veramente
hanno superato il tempo anche a dispetto del ripristino effettuato alle
“PORTE” del paese dall’Amministrazione Comunale nel 1862.
Porta S. GIOVANNI
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